La frazione abbandonata di Maso, in Valfloriana

L’antica frazione di Maso emerge spettrale dalla boscaglia. Un pugno di case aggrappato alla montagna, poco sopra il grande fiume Avisio. Fu abbandonata dopo la rovinosa alluvione del 1966, quando una frana minacciò di travolgere tutto con impetuosi torrenti di fango. Gli abitanti furono costretti ad abbandonare il paese in fretta e furia. Passato il pericolo, tornarono a riparare i danni e resistettero ancora qualche anno, poi verso gli anni ’70 l’abbandono definitivo.

Mi apro un varco tra la vegetazione quasi amazzonica, tra rovi, edere, liane e ortiche. Mi aggiro con difficoltà tra quel che resta dei vecchi edifici. Sono rimasti in piedi i muri perimetrali, soffitti e solai sono quasi tutti crollati travolgendo ogni cosa fino a pianoterra. Le cantine invece, coi robusti soffitti “a volta”, sono ancora intatte. Nonostante all’esterno la temperatura superi abbondantemente i 30 gradi, dentro c’è un bel refrigerio. Entro con circospezione e anche un filo di preoccupazione per possibili crolli.

L’impressione è fortissima. Si percepisce come doveva essere la vita d’un tempo: ci sono ancora varie masserizie, le mangiatoie in legno nelle stalle, botti per il vino nella cantine, delle vecchie stufe, un gran numero di attrezzi agricoli sfasciati. Qua e là brandelli di vestiti, secchi, pitali in gran quantità (!), scarpe da donna, da uomo e perfino scarpe di bambino. Mi sforzo di immaginare i volti di chi viveva in questo posto sperduto, in quasi completa autosufficienza, vivendo di agricoltura e allevamento.

A Maso abitavano circa 30 persone, c’era ovviamente l’acqua e perfino la corrente elettrica. Dopo mezzo secolo, oggi regna un silenzio di tomba. La foresta si è impadronita delle case fatiscenti, dei viottoli, degli androni, perfino delle cantine, dove le radici entrano dall’esterno dalle piccole finestre per succhiare un po’ di umidità. Gli alberi crescono dentro le stanze al pianterreno, puntando verso la luce che filtra dai soffitti sfondati. Le vecchie scalinate sono coperte di muschio, le imposte delle finestra scardinate, le travi dei solai crollate. I sotterranei negli edifici più grandi sono composti da diversi locali comunicanti, con piccole finestrelle in alto per ricevere un po’ di luce dall’esterno.

Il 1966 è stato l’anno tragico dell’alluvione che provocò gravi danni in tutto il Trentino. La Val di Cembra fu duramente colpita. Anche il paese di Ischiazza, come la frazione di Maso, fu abbandonato.

E’ stato, in qualche modo, un avvenimento epocale: praticamente quasi tutte le attività lungo il fiume Avisio furono gradualmente abbandonate. Ponti e passerelle che collegavano le due sponde, travolti dalla piena, non furono più ricostruiti, i terrazzamenti realizzati nei secoli sul versante meridionale con le varie coltivazioni, lasciati al loro destino, invasi progressivamente dalla boscaglia.

Furono abbandonati i mulini, le fucine, i masi, le calchère, i vecchi sentieri, le mulattiere, i grandi castagni che ancora si incontrano superstiti e malandati nel fitto della foresta. Troppo pericoloso ormai vivere a stretto contatto del fiume. Quel mondo rurale è scomparso rapidamente nel giro di pochi decenni: qualcuno ha resistito strenuamente in qualche maso fino agli anni ‘70, poi l’abbandono definitivo per andare a vivere nei paesi più a monte, al sicuro, oppure emigrando verso le città o addirittura all’estero. Per avere uno stipendio fisso da operaio o impiegato, ed una vita meno stentata di quella che avevano vissuto i contadini per secoli.

Contadini cembrani in una foto d’epoca

Oggi restano i ruderi delle case, testimoni muti di una vita rurale che non tornerà più. Nel giro di pochi anni crolleranno anche gli ultimi muri e del paese di Maso non resterà più nulla.

Il torrente Avisio