Alessandro Ghezzer https://www.fotoagh.it foto del Trentino, itinerari escursionistici, mappe Wed, 26 Feb 2020 21:02:51 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=5.3.2 https://i2.wp.com/www.fotoagh.it/wp-content/uploads/2019/12/cropped-logo-via-logohub-1.png?fit=32%2C32&ssl=1 Alessandro Ghezzer https://www.fotoagh.it 32 32 170624134 Franco Perlotto https://www.fotoagh.it/franco-perlotto/?utm_source=rss&utm_medium=rss&utm_campaign=franco-perlotto https://www.fotoagh.it/franco-perlotto/#comments Tue, 18 Feb 2020 17:36:37 +0000 https://www.fotoagh.it/?p=39015 Intervista a tutto campo a Franco Perlotto, alpinista di fama, cooperante internazionale, sindaco di Recoaro, gestore del rifugio Boccalatte, ambientalista, scrittore.

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Come hai cominciato ad arrampicare e perché? 
La mia prima scalata l’ho fatta nel 1971 sul Becco di Mezzodì, sulle Dolomiti Ampezzane. Avevo 14 anni. Ero un po’ ribelle e la mia famiglia mi faceva passare le vacanze estive in una casa vacanze di preti salesiani a Santa Fosca di Cadore. Erano tutti scalatori e mi hanno insegnato ad arrampicare.

Per la tua audacia e spericolatezza, da giovane ti chiamavano il “Bocia matto di Trissino”: i tuoi genitori ti hanno assecondato o hanno cercato di farti mettere la testa a posto?
Appena i miei genitori scoprirono che l’arrampicata stava diventando una passione travolgente nella quale stavo impegnando tutto me stesso, cercarono di limitarmi. Nel frattempo avevo iniziato ad arrampicare da solo, spesse volte senza corda in “free solo”. Tra il 1974 e il 1979 ho fatto un centinaio di scalate slegato sopra al sesto grado. Tante erano prime solitarie, ma molte erano seconde o terze. Lo facevo di proposito in quanto sostenevo che il rischio ed il gioco con la parete era esattamente lo stesso. Ero un ribelle anche nella forma.

Negli anni ‘70 sei diventato un precursore del free climbing, con parecchie salite “pazzesche” per l’epoca, per di più spesso in solitaria. Cosa volevi dimostrare?
Per me scalare era una passione totalizzante e la solitudine un modo di essere, anche se sono sempre stato sociale e chiacchierone. Non volevo dimostrare nulla a nessuno e per questo tante volte non raccontavo nulla. Le salite solitarie e il free climbing erano comunque già allora due discipline diverse. Nella seconda si cercava di superare i passaggi che fino ad allora erano fatti traendosi sui chiodi e con l’uso delle staffe, completamente sulla roccia. Nella prima si andava slegati fino a dove si riusciva ad andare. A fine anni settanta ho scalato in prima solitaria la via degli Svizzeri al Grand Capucin e la via Gervasutti al Pic Adolph Rey sul Monte Bianco. Poi la prima solitaria del Trollryggen e del Breitind in Norvegia, tra le più lunghe pareti di roccia al mondo e poi la Laritti al Sass Maor, lo Spigolo del Pilastro della Tofana e così via. Poi ad inizio anni ottanta ho fatto la prima solitaria di Lurking Fear su El Capitan in California, ma su questa mi sono auto assicurato alla corda per la maggioranza della via.

Con l’ultima impresa in free solo di Alex Honnold su El Capitan siamo tornati in pratica a Paul Preuss, che già all’inizio del ‘900 teorizzava le scalate senza chiodi e senza corde. Quale evoluzione ci potrà essere oltre Honnold, che in molti considerano un aspirante suicida?
L’unica scalata che per me era vera era il “free solo”. Se non me la sentivo andavo con un compagno e una corda. Più chiodi mettevo più mi sentivo impreparato. Comunque tra Preuss e Honnold c’è una grande differenza. Paul Preuss saliva da solo e slegato, poi tornava pure indietro. Non conosceva la parete e non aveva assistenza di droni e telecamere che in caso di difficoltà lo avrebbero fatto soccorrere. Il rischio di sbagliare era lo stesso, un errore era fatale. Le difficoltà fatte da Preuss erano molto meno elevate di quelle che fa slegato Honnold. Tuttavia i gradi scalati da Preuss erano il massimo fatto dall’uomo ad inizio ‘900. Credo comunque che si tratti di un paragone impossibile, soprattutto per la differenza di stile, oltre che di epoca.

Hai avuto la fortuna e il merito di aver girato il mondo, diventando un grande alpinista e compiendo grandi imprese. Tanti alpinisti però sono morti inseguendo i loro sogni. Vale davvero la pena prendere così tanti rischi per scalare le montagne?
Il gioco con il rischio è sempre una valutazione personale. Sul sesto grado ho scalato centinaia di vie alpinistiche, non di falesia, senza corda e da solo. Ci sono molti alpinisti che sono morti sul quarto grado, ma non è questo. Si tratta di una scelta di vita, non di morte. Ogni cosa nella vita ha una componente di rischio, c’è chi affronta rischi più alti, altri rischi più bassi. E’ una questione di necessità interiore.

Sei stato definito vagabondo, solitario, ribelle: la tua carriera di alpinista lo dimostra. Da cosa deriva questa irrequietezza?
E’ una irrequietezza innata. Deriva da molte circostanze che hanno portato alla formazione del mio carattere. Poi leggevo ed amavo Fernando Pessoa.

Se un giovane volesse fare l’alpinista come scelta di vita e ti chiedesse consiglio, cosa gli diresti?
Oggi è molto difficile fare dell’alpinismo un mestiere, è più facile che qualcuno abbia un lavoro con molto tempo libero per dedicarsi alla montagna. I livelli sono sempre più elevati e per raggiungerli bisogna dedicarsi molto. Gli sponsor purtroppo prendono in considerazione solo alpinisti provetti. Anche una scelta di vita da professionista come la guida alpina, prevede comunque un sostanzioso investimento iniziale ed una preparazione molto elevata. Mi spiacerebbe che l’arrampicata e l’alpinismo tornasse ad essere, come nell’ottocento, un’attività per ricchi elitari. Sarà come ha detto sbagliando Ugo Manera, ma non eravamo parassiti sociali. Ora sembra che invece il mondo delle scalate giri molto di più intorno ai soldi.

Se potessi rinascere: faresti ancora l’alpinista o qualcos’altro?
Ho fatto molte cose nella vita, la montagna è ancora oggi una mia grande passione. Le coincidenze che portano ad una scelta non credo si possano ripetere.

Da alpinista di fama a cooperante internazionale: come è successo?
Anche questa è stata una coincidenza. Mi trovavo a 35 anni con pochi sponsor e avevo la necessità di inventarmi un lavoro. Ho fatto una breve esperienza di volontariato ed ho scoperto che l’organizzazione di programmi internazionali di cooperazione allo sviluppo mi veniva davvero bene. Per più di vent’anni ho fatto quel lavoro, poi la salute mi ha abbandonato ed ho dovuto reinventarmi nuovamente.

La cooperazione internazionale funziona? Qual è la maggior difficoltà che hai incontrato, e che magari non ti aspettavi? 
La cooperazione internazionale in genere funziona poco in quanto molti progetti sono fatti su base burocratica e su interessi di Stato. Perfino i programmi delle ONG hanno spesso risvolti di interesse del donatore economico. Ci sono anche programmi che funzionano ma spesso dipende soltanto dalle capacità individuali del singolo operatore. La maggioranza dei programmi che ho gestito hanno avuto risultati ottimi ma altri, pochi a dire il vero, il groviglio di paletti soprattutto da parte italiana impedivano il risultato. Sicuramente attualmente la difficoltà più grossa è soprattutto per uno come me che non arriva dai sistemi burocratici, ma dalla pratica sul campo. Oggi ci sono giovani laureati in cooperazione, con master e dottorati che non hanno nessuna esperienza. Orgogliosi delle loro competenze accademiche vogliono imporre sistemi e metodologie che hanno imparato a scuola, mentre tanti problemi possono essere risolti soltanto dalla fantasia e dall’elasticità mentale di chi ha passato decenni e decenni nei posti difficili.

In Amazzonia hai coordinato un programma di prevenzione e controllo degli incendi: anche dall’Australia abbiamo ricevuto di recente notizie terribili. Chi incendia i boschi e perché?
La quasi totalità degli incendi sono creati volontariamente dall’uomo. Da noi in Italia sono quasi tutti dolosi. Nella foresta amazzonica, i piccoli contadini usano la pratica arcaica del fuoco per coltivare degli spazi. Anziché dare loro delle conoscenze diverse, che esistono ovunque, i latifondisti ne approfittano per acquistare terreni a bassissimo costo che in pochi anni diventano incoltivabili. Per qualche anno vi vengono fatte pascolare le mandrie fintanto che nemmeno l’erba può crescere. A ruota subentrano le multinazionali che acquistano i pascoli ulteriormente impoveriti per piantare soia transgenica rafforzata da fertilizzanti chimici. Il costo del trasporto via fiume fino alla costa atlantica è irrisorio. Il fuoco è soltanto il meccanismo per aprire nuovi territori approfittando dell’ignoranza anacronistica di chi non conosce ad esempio il potere fertilizzante di certe leguminose semi invasive, che possono incrementare in breve tempo la coltivabilità del terreno senza dovere incendiare la foresta. Con questo meccanismo, che nessuno vuole davvero interrompere, l’Amazzonia sta per essere completamente distrutta, ma così anche le foreste del Congo e del Sudest asiatico.

Qual è il risultato come cooperante che ti ha dato maggiore soddisfazione?
Sicuramente i sette anni che ho trascorso in Amazzonia sono stati per me di grande soddisfazione. Nei primi anni 90 ho coordinato un programma per la salvaguardia degli indios Yanomami, un’etnia minacciata dalle invasioni di militari e cercatori d’oro. Dal 2001 al 2005 invece, per conto del Ministero italiano degli Esteri, ho seguito un programma per combattere gli incendi forestali. Gestivo quattro centri operativi con personale specialistico locale e sui 40 comuni amazzonici dove abbiamo operato abbiamo ottenuto l’80 per cento di riduzione degli incendi soprattutto con un lavoro di educazione ambientale e di suggerimento di tecniche agricole alternative all’uso del fuoco. Purtroppo si è trattato di una goccia dell’oceano, pensando che sono quasi mille i comuni amazzonici del Brasile e che in Sudamerica sono nove i Paesi con territorio amazzonico. Il programma da me coordinato è stato riconosciuto come metodo ufficiale dall’allora governo brasiliano e comunque oggi si è esteso anche in Bolivia.

Il paese o il popolo che ricordi con maggior piacere, e perché. 
Sicuramente la mia passione amazzonica mi porta a ricordare il popolo Yanomami e tutta l’Amazzonia con molto affetto. Nei primi anni ‘80 avevo scalato il Salto Angel e il Cerro Kukenam nell’Amazzonia venezuelana. Ho fatto dei viaggi esplorativi nella valle del Monte Duida nell’alto corso del Rio Orinoco e sono salito in cima al Pico da Neblina nell’alto Rio Negro. Insomma credo proprio di essere un buon esperto ed innamorato dell’Amazzonia.

Franco Perlotto

Hai qualche aneddoto divertente da raccontare della tua esperienza di  cooperante?
Ricordo piuttosto molte tensioni tutt’altro che divertenti. Oltre all’Amazzonia ho coordinato progetti umanitari in molti luoghi difficili: ospedali da ricostruire, programmi agro ambientali, assistenze alimentari. In Sud Sudan sono rimasto per quattro ore sdraiato a terra sotto il bombardamento degli Antonov di Karthoum. Sono fuggito nel pieno di un combattimento a Bukavu, un altro a Kinshasa, un altro al confine tra Cameroun e Ciad, guidando la mia auto all’impazzata e cercando di allontanarmi dal fuoco incrociato. In Congo sono stato sequestrato per ore, armi in pugno. Ho operato nella Mostar dei cecchini. Ho trascorso due anni nei Territori Autonomi Palestinesi ed un anno a mediare con i guerriglieri Tamil nel nordest dello Sri Lanka. Sicuramente i soldati spagnoli che scortavano il C130 militare che mi portava da Kabul ad Herat in Afghanistan hanno sofferto quanto me la vista dei proiettili traccianti che il nostro pilota era stato costretto a lanciare. In situazione di guerra il cooperante rischia davvero molto, quanto i soldati. Probabilmente ho innata una resistenza psicologica alle situazioni di rischio.

Perlotto riceve la laurea honoris causa in educazione ambientale

Hai una laurea honoris causa in educazione ambientale: come reputi la coscienza ambientale dell’italiano medio, e cosa si potrebbe fare per migliorarla?
Purtroppo in Italia abbiamo una coscienza ambientale fragile. Non è soltanto il concetto che a molti appare remoto del salviamo la Terra da una catastrofe, o meglio come dice lo scrittore Carlo Pizzati, salviamo noi stessi dall’estinzione che la Terra comunque ce l’ha sempre fatta. E’ un concetto molto più immediato che ci manca: cerchiamo di vivere meglio quei pochi anni che restiamo sulla terra. Per la grande maggioranza vivere bene significa avere più soldi anche se poi nuotiamo nella plastica e soffochiamo nelle polveri. Il lavoro che manca è l’educazione ambientale agli adulti.

Autoscatto in vetta al Becco di Mezzodì, sulle Dolomiti Ampezzane

Come ti immagini il pianeta tra 50 o 100 anni? 
Ho una grande fiducia nell’intelligenza umana: si sono fatti passi da gigante in molte direzioni. Prima o poi si capirà globalmente l’importanza dell’ambiente dove viviamo.

La popolarità mondiale di Greta Thunberg sembra aver reso più consapevole l’opinione pubblica e perfino i governi del problema della sostenibilità ambientale. Ma è veramente così? Qui in in Trentino la Provincia autonoma ha appena finanziato con 4 milioni di euro la pista di Bolbeno a 550 metri di quota… 
I giovani influenzati dalla popolarità di Greta saranno generazione dirigente fra vent’anni ed è possibile che nel frattempo vengano fagocitati nel sistema sbagliato. Per questo in Amazzonia avevamo adottato il concetto sintetizzato nel Capitale Sociale di Robert Putnam, sociologo di Harward, dell’educazione mirata ad un pubblico adulto. Il dialogo è molto più difficile e spesso filtrato da necessità impellenti, pertanto fruibile solo con argomentazioni molto concrete ed immediatamente assimilabili nel meccanismo economico di sussistenza. Ma quando il concetto è recepito da questo segmento diventa immediatamente esecutivo. Purtroppo la visione attuale di sviluppo della montagna sostenuta dai politici vede lo sfruttamento intensivo del territorio. Un impianto sciistico a bassa quota dove non c’è più neve non è sostenibile ed è praticabile soltanto con lo sperpero di quantità esagerate di acqua potabile per creare neve artificiale. Le popolazioni di montagna spesso vedono questo come un miraggio in termini occupazionali e di indotto economico, in realtà questo tipo di sviluppo porta all’occupazione di tecnici con una preparazione remota e quindi immediatamente utilizzabili. L’indotto è quindi gestito dalle stesse società che investono ed ai montanari non resta nulla. Spesso i servizi presenti in montagna sono insufficienti o inadeguati, come in altra situazione accade a Recoaro Terme, la località termale di montagna dove abito. Chi dovrebbe investire nelle Terme deve creare anche nuove strutture ricettive in quanto adeguare quelli fatiscenti che già esistono avrebbe una spesa insostenibile. E’ comunque un meccanismo che non porta benessere alla popolazione locale se a non a pochi esercenti.

Perlotto al rif. Boccalatte (dal video di Luca Ghiardo per Cai Torino)


Uomo e natura: gli orsi ripopolati in Trentino e la colonizzazione spontanea del lupo nelle Alpi, inizialmente visti con favore come segno di un recupero ambientale dopo essere stati sterminati in passato, sono diventati di nuovo dei “problemi”: allevatori e contadini non ne vogliono sapere. Una convivenza coi grandi predatori è possibile e come? 
La presenza umana nelle zone di montagna è molto più numerosa dei tempi in cui lupi ed orsi popolavano le nostre valli. Credo che nei grandi spazi nordamericani questa convivenza sia più facile. Da noi ci si mette anche la politica a complicare la situazione. La caccia ai voti di uno o dell’altro schieramento induce situazioni difficili anche per gli stessi poveri animali.

L’assalto alla montagna: raduni di jeep e quad, nuovi sentieri, rifugi avveniristici, concerti di musica con migliaia di persone fin dentro i parchi, e ancora nuove piste e impianti di sci con i relativi bacini di innevamento, fino all’ultimo mega carosello sciistico nelle Dolomiti da 100 milioni di euro, con la motivazione che “altrimenti la montagna si spopola”. Cosa ne pensi?
La montagna si spopola ugualmente se non si creano infrastrutture adeguate a chi vuole vivere in montagna. L’economia degli eventi porta a guadagni esigui, visti i costi degli eventi stessi. L’occupazione costante sicuramente non è data da mirabolanti effetti speciali, sfruttati in genere da chi non è del luogo. Le infrastrutture indispensabili sono la scuola, la sanità e la viabilità. Gli ospedali di montagna invece vengono smantellati e l’istruzione nelle alte valli è sempre più scadente, al punto che le famiglie sono costrette a scendere vicino alle città.

Lo sfruttamento economico della montagna sembra coinvolgere perfino quelle realtà che credevamo fortemente ambientaliste: sezioni CAI che incoraggiano collegamenti sciistici (Comelico), che promuovono raduni-record in montagna (Cai di Bergamo), Legambiente che appoggia i tour musicali di Jovanotti, la SAT (Società Alpinisti Tridentini) di Trento che avalla la “valorizzazione” voluta dai politici del Lagorai, uno degli ultimi angoli rimasti quasi integri del Trentino. Cosa sta succedendo?
Purtroppo nei nostri monti siamo, per assurdo, ad un livello culturale di sviluppo economico molto simile al concetto esistente nel contesto amazzonico, con i dovuti distinguo ovviamente. La gente di montagna vuole un futuro di benessere spingendo modelli di sviluppo non più sostenibili e la politica li appoggia in cerca dell’ultimo voto possibile. Perfino certe associazioni ambientaliste si fanno prendere la mano in soccorso a inesistenti necessità degli abitanti della montagna. Apparati, funivie a bassa quota, raduni record, tour musicali dirompenti sembrano un modello di sviluppo che in realtà è soltanto la chiave per ottenere contributi a soggetti di potere che puntualmente, poi, ne escludono gli abitanti della montagna. I metodi alternativi ci sono con risultati economici altrettanto importanti. Ma non si capisce perché non vengano insegnati, programmati e messi in pratica a livello esteso, invece che relegati tra pochi eroici pionieri nelle loro sparute fattorie didattiche. Dispiace vedere come alcune frange di associazioni ambientaliste e pochi, per fortuna, opinion leader di montagna si ostinino a sostenere le pratiche arcaiche e purtroppo obsolete degli antichi montanari, facilitando di fatto interessi che non sono dei montanari, sovente messi ai margini dei mega progetti cosiddetti di valorizzazione. L’occupazione dei territori della montagna da parte dei grandi business di interesse economico, facilitati dai politici locali per penetrare il territorio, usano gli stessi metodi subdoli che si usano in Amazzonia. Non c’è differenza, se non di latitudine. Imbonitori e cattivi politici locali fanno della nostra montagna un luogo sacrificale per appetiti ignobili e per sfruttamenti usa e getta.

Perlotto è stato sindaco di Recoaro Terme per circa 3 anni

Tra le tue imprese “estreme” degne di nota c’è anche quella di sindaco di Recoaro, per circa 3 anni. Che esperienza ne hai tratto, soddisfatto o deluso dalla politica?
Un’esperienza devastante purtroppo. Gli imprenditori turistici ed economici sono rimasti pochi a Recoaro. Ma la realtà locale è comunque profondamente cambiata. L’80 per cento della forza lavoro esce dal paese ogni mattina in auto e va altrove. E’ gente stimata e ben voluta, ma non chiedere loro di operare nel turismo, quando rientrano a casa. Hanno la baita, il decespugliatore ed il Panda 4×4, ma dell’economia turistica non importa nulla a loro. Non è un difetto, ma una realtà locale con la quale fare i conti. Invece i quattro gatti che gestiscono quello che rimane del turismo di un tempo ruggiscono inferociti sognando mega progetti. Un dialogo impossibile tra l’anima forte e complessa della società di chi lavora e si fa stimare fuori paese e chi invece vuole imporre una visione economica localistica fatta di nulla. Il risultato è l’ovvio collasso economico, sociale e morale della comunità. La scuola è in sfracello strutturale e culturale e l’ospedale di riferimento, a 10 chilometri, sta venendo piano piano impoverito a favore di strutture sempre più lontane dalla montagna. Praticamente a Recoaro, un malato entro breve dovrà attendere più di un’ora un’ambulanza. Una delusione estrema, anche perché a gran voce in paese si chiedono ancora oggi più eventi, anziché chiedere sistemi di sviluppo con uno sguardo verso il futuro.

Hai avuto un infarto nel 2013, a 56 anni. Da giovani ci si sente immortali, poi quando ad una certa età arrivano i problemi di salute, di solito sono una bella “sveglia” che impone un esame di coscienza. Tu che riflessioni hai fatto?  
Per me è stato un problema serio in quanto ho avuto poco dopo anche un grosso intervento di stabilizzazione vertebrale. All’improvviso mi sono reso conto che non potevo più fare il lavoro che sapevo fare e questo mi ha messo in ginocchio dal punto di vista economico e soprattutto morale.

Sei gestore di un rifugio impegnativo come il Boccalatte, un vero nido d’aquila a 2800 metri: pare l’ennesima tua impresa estrema, non potevi scegliere un rifugio più comodo? 
Il Cai di Torino ha risposto alla mia necessità di autosostentamento e mi ha proposto nel 2014 la gestione di un piccolo rifugio sul Monte Bianco, il Boccalatte a 2802 metri sulle Grandes Jorasses, da anni chiuso. Un po’ alto per le mie problematiche cardiache, ma sufficiente per ricominciare a crearmi una piccola economia personale. Era l’unico rifugio disponibile e dal 2015 ho iniziato a gestirlo. A dire il vero ho partecipato a due concorsi della Sat per altrettanti rifugi più remunerativi nell’Alto Garda e sono sempre arrivato subito dopo qualcuno che a mio avviso non aveva nemmeno vagamente le mie competenze e le mie capacità. Ho già gestito vari rifugi, conosco le lingue ed essendo guida alpina posso dire che conosco la montagna. Situazione non discutibile in quanto un’associazione di diritto privato come la Sat non ha nessun obbligo di bando o di concorso e può affidare il rifugio a chi meglio crede. Quello che mi sono sempre chiesto è il perché allora si facciano questi bandi. Da due anni il Cai di Vittorio Veneto, appoggiato dal Cai Veneto, mi è venuto incontro con un secondo piccolo rifugio, questa volta in Alpago, dove attualmente opera mia moglie. Alla fine siamo riusciti a recuperare un po’ di economia personale.

Monte Bianco: al centro, il Rifugio Boccalatte gestito da Perlotto

Il turismo in montagna è cambiato in meglio o in peggio?
A camminare in montagna ci vanno molte più persone di un tempo e il numero di maleducati ovviamente è cresciuto in proporzione. Il Club Alpino Italiano sta facendo un’opera di educazione ambientale molto accurata, ma limitata ai propri soci. Ci sono molti turisti montani che non si aggregano al Cai o alle altre associazioni specifiche e non ricevono un’indicazione in questo senso. Tuttavia il peso più grosso che la montagna deve sostenere riguarda piuttosto l’impiantistica dei caroselli sciistici e i mega eventi con ogni tipo di attrazione. Entrambi sono devastanti dal punto di vista paesaggistico ed ambientale, ma a breve dovranno essere strettamente connessi per poter funzionare insieme. Basti pensare ai concerti a Plan de Corones. I nuovi collegamenti previsti in Veneto porteranno sicuramente rincari sul pass giornaliero, in un’epoca dove sono molti meno gli sciatori che possono permetterselo. Quindi, per sopperire al calo della continuità, si creeranno sempre più eventi in un meccanismo economico che non porta benefici reali, ma che soprattutto porta alla devastazione dell’ambiente naturale.

Hai dei progetti futuri, magari scrivere un nuovo libro, dopo aver dimostrato notevoli doti anche come scrittore? Dai l’idea di non essere proprio il tipo che sta fermo a riposarsi.
Certamente vorrei tornare a scrivere. Attualmente faccio qualche articolo e nulla più. Sicuramente vorrei riuscire a mettere insieme un altro volume. Spero di trovarne la forza.

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La legenda austriaca https://www.fotoagh.it/la-legenda-austriaca/?utm_source=rss&utm_medium=rss&utm_campaign=la-legenda-austriaca https://www.fotoagh.it/la-legenda-austriaca/#respond Tue, 11 Feb 2020 10:53:17 +0000 https://www.fotoagh.it/?p=39202 Consulto spesso le bellissima cartografia del Trentino realizzata dagli austriaci nel 1850 e disponibile sul sito Historicalkat. In un post precedente ho spiegato come visualizzarla sul cellulare. Quello che sorprende è l’accuratezza e precisione di queste mappe, che ho potuto riscontrare più volte col GPS nelle mie “ravanate” in Avisio: la vecchia mulattiera magari sepolta […]

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Consulto spesso le bellissima cartografia del Trentino realizzata dagli austriaci nel 1850 e disponibile sul sito Historicalkat. In un post precedente ho spiegato come visualizzarla sul cellulare. Quello che sorprende è l’accuratezza e precisione di queste mappe, che ho potuto riscontrare più volte col GPS nelle mie “ravanate” in Avisio: la vecchia mulattiera magari sepolta dalla vegetazione e neppure riportata sulle mappe moderne, era precisamente lì dove indicata dalla mappa d’epoca, con precisione al metro!

Ancora più stupefacente è la ricchezza descrittiva delle mappe, che non si riscontra neppure in quelle più sofisticate d’oggi. Per rendersene conto basta guardare l’incredibile legenda della mappa. Tutto è rigorosamente descritto con precisione tramite icone, colori e simboli: si possono così distinguere i prati dai boschi, il tipo di bosco, latifoglie, conifere o misto, se con piante alte o basse, poi le zone a pascoli. Quindi le varie coltivazioni: seminativi o alberi da frutto, perfino il tipo di alberi es. castagno, melo, olivo; oppure vigna, risaia, coltivazione di luppolo, tabacco, gelso, zafferano. Ci sono perfino gli orti. Le chiese sono distinguibili per confessione religiosa: protestante, evangelica, ortodossa. Gli argini dei fiumi sono classificati secondo il tipo di costruzione: di terra, di pietra o legno.

Un aiuto per la traduzione?

Per curiosità, non conoscendo il tedesco, ho chiesto aiuto ad un’amica di madrelingua per la traduzione in italiano della legenda. Esiste già una traduzione dell’epoca in italiano, è un buon adattamento ma non è perfetto. La mia amica s’è messa di impegno. Molti termini di lingua tedesca tuttavia sono risultati ignoti perfino a lei, perché desueti: ha dovuto chiedere a delle persone esperte di storia. Metto online di seguito le legende in alta risoluzione e la traduzione con le note, sperando che qualcuno possa aiutare per ottenere una traduzione migliore. Mettete i suggerimenti o le correzioni nei commenti, grazie!

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Anno 2080, pianeta sci https://www.fotoagh.it/anno-2080-pianeta-terra/?utm_source=rss&utm_medium=rss&utm_campaign=anno-2080-pianeta-terra https://www.fotoagh.it/anno-2080-pianeta-terra/#respond Sat, 08 Feb 2020 09:01:23 +0000 https://www.fotoagh.it/?p=39599 Quale sarà il futuro dello sci con il drammatico cambio climatico in corso?

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Verrà il giorno in cui qualche civiltà aliena studierà dallo spazio gli strani geoglifi nella regione desertica che un tempo era definita Arco Alpino. Così come noi oggi, analogamente, studiamo il significato dei disegni e delle linee nel deserto della scomparsa civiltà di Nazca in Perù circa duemila anni fa.

Chissà come sarà la faccia dell’alieno quando scoprirà che nel 2020, quando il pianeta terra non era del tutto inospitale e c’era ancora l’acqua, quelle strane strisce bianche di sabbia cristallizzata tra le montagne erano… piste di sci.

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La Città di Ghiaccio https://www.fotoagh.it/la-citta-di-ghiaccio/?utm_source=rss&utm_medium=rss&utm_campaign=la-citta-di-ghiaccio https://www.fotoagh.it/la-citta-di-ghiaccio/#respond Thu, 06 Feb 2020 20:56:50 +0000 https://www.fotoagh.it/?p=39446 L'incredibie invenzione della "Città di Ghiaccio" interamente scavata dagli austriaci nel ghiacciaio della Marmolada, durante la Grande Guerra

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Leo Handl, tenente e ingegnere dell’esercito austroungarico, era di pattuglia sul ghiacciaio della Marmolada quando lui e i suoi compagni furono investiti dal fuoco nemico. Si salvarono buttandosi in un crepaccio. Si resero allora conto che questo permetteva di inoltrarsi verso le linee nemiche rimanendo al coperto. Dopo qualche ora di perlustrazioni, cessato il pericolo, uscirono dal provvisorio rifugio e rientrarono al loro accampamento.

Pattuglia in perlustrazione tra i seracchi

L’episodio suggerì a Handl un progetto audace: scavare nelle viscere del ghiacciaio una serie di gallerie per riparare i soldati non solo dal fuoco nemico ma anche dal freddo, dalla neve e dalle valanghe. Sì consultò quindi con eminenti glaciologi come Bruchner e Finterwalder, ma la risposta fu che non era mai stato fatto nulla di simile nei ghiacciai. Grazie però al suo capo-cordata, un certo Weger della Val di Non, esperto di scavi avendo lavorato a lungo in miniera, riuscì a costruire trapani, piccozze e altro materiale utile per lo scavo. Fu così che nacque la mitica “Città di Ghiaccio”.

Reparto austriaco mentre lascia la Città di Ghiaccio per un turno di riposo

Poco per volta fu creato un imponente sistema di gallerie con stanze, depositi, dormitori, cucine, persino una cappella. Due uomini per galleria si davano il turno ogni due ore, si procedeva faticosamente per circa sei metri al giorno, ampliando man mano la rete di cunicoli. Talvolta per velocizzare lo scavo si usò l’esplosivo, che però si rivelò poco efficace, anche per la notevole quantità di fumi tossici che finiva per intasare a lungo le gallerie.

Lo sviluppo complessivo della Città di Ghiaccio raggiunse i 12 chilometri, arrivando ad ospitare 300 soldati. Per un periodo, fu addirittura illuminata dalla corrente elettrica proveniente da una centrale a vapore a Canazei. I viveri erano conservati senza problemi in ghiacciaie scavate appositamente, l’acqua era fornita dal semplice scioglimento delle nevi. I rifornimenti arrivavano in quota trasportati da un sistema di teleferiche da Pian Trevisàn, quasi 1000 metri di dislivello più in basso.

Una mia foto recente al Col de Bousc confrontata con una foto d’epoca: qui a 2400 metri di quota arrivava la teleferica proveniente dal Pian Trevisàn. Un altro tronco ripartiva per rifornire la Città di Ghiaccio in alta quota

La vita sotto il ghiaccio permetteva di stare al riparo dal fuoco nemico ed evitare le rigidissime temperature esterne, che in inverno ad oltre 3000 metri potevano raggiungere anche i 30 gradi sottozero. Nelle gallerie di ghiaccio invece la temperatura era relativamente mite, compresa tra 0 e 5° centigradi.

Non tutto però era così positivo: ad esempio, nonostante la “Città” fosse collegata con l’esterno da un ingegnoso sistema di ventilazione, il fumo delle stufe nelle baracche, raffreddandosi, tornava indietro per il tiraggio insufficiente, trasformando l’aria delle grotte quasi irrespirabile. Anche la grande umidità, soprattutto d’estate, rendeva malsana la vita dei soldati, obbligati a vivere sotto la spessa coltre di ghiaccio a profondità che a volte raggiungevano anche i 50 metri. Inoltre i baraccamenti e le grotte dovevano essere continuamente modificati a causa del movimento lento ma incessante del ghiacciaio, che stritolava tutto come una immane e potentissima morsa. La costruzione della “Città di Ghiaccio” di Leo Handl fu nel complesso una geniale invenzione, unica nel suo genere, che risparmiò la vita di molti soldati e che passò alla storia dell’ingegneria militare.

Planimetria Città di Ghiaccio
Planimetria della Città di Ghiaccio

Le artiglierie cessarono il fuoco sulla Marmolada nel novembre del 1917, quando le truppe italiane si ritirarono in seguito alla rotta di Caporetto, con lo spostamento del fronte dalle Dolomiti al Piave. La Città di Ghiaccio fu abbandonata. Probabilmente già nei primi anni ’20 non esisteva più a causa del movimento del ghiacciaio. Ancor oggi, col ritiro del ghiacciaio, riemergono ogni tanto alla superficie i resti dei baraccamenti dopo un secolo di oblio. Si tratta perlopiù del legno della baracche, palerie, carta catramata, pezzi di indumenti, resti di attrezzi, cavi, munizioni, schegge, varia ferraglia e qualche rara suppellettile.

Ricostruzione virtuale della Città di Ghiaccio

Mi sono basato sulle carte dell’epoca e della documentazione che ho trovato online, per la verità piuttosto scarsa. Con Google Earth, sovrapponendo la cartografia storica al modello 3D, ho provato a ricostruire la posizione delle gallerie sotto il ghiacciaio. Ho quindi tracciato il loro sviluppo sul versante nord della Marmolada. Esse iniziavano da quota 2600 metri circa, e si dirigevano verso Cima Dodici e Cima Undici. Due rami raggiungevano le alte quote a 3000 metri: uno poco sotto Cima Rocca m 3250 (con una galleria con salita elicoidale!), l’altra verso la strategica Forcella a Vu a quota 3065, vicino alla Forcella Serauta m 2857 presidiata dagli italiani. La ricostruzione che ho fatto è probabilmente tutt’altro che perfetta, ma credo offra una buona approssimazione per comprendere come si sviluppava la Città di Ghiaccio sulla Marmolada e quali erano le posizioni degli eserciti sul territorio. Se riscontrate inesattezze o errori, segnalate nei commenti 🙂

Risorse

Marmolada versante nord dal Col de Bousc m 2494

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I sentieri dopo Vaia https://www.fotoagh.it/i-sentieri-dopo-vaia/?utm_source=rss&utm_medium=rss&utm_campaign=i-sentieri-dopo-vaia https://www.fotoagh.it/i-sentieri-dopo-vaia/#comments Mon, 03 Feb 2020 09:08:21 +0000 https://www.fotoagh.it/?p=39297 Come scegliere un itinerario dopo la tempesta Vaia che ha reso inagibili molti sentieri, grazie alle mappe

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La tempesta Vaia di fine 2018 ha danneggiato gravemente la rete sentieristica, specie nel Trentino orientale. Secondo una stima della Provincia di Trento sono stati oltre 400 i sentieri danneggiati per un totale di 2000 chilometri di percorsi da ripristinare. La causa principale sono la caduta degli alberi: in certe zone le piante cadute sono letteralmente migliaia. Ma ci sono stati danni anche per frane e smottamenti. A distanza di due anni dalla tempesta solo una parte dei sentieri è stata ripristinata e ci vorranno ancora anni di lavoro per il ripristino completo. Per l’escursionista è davvero un bel rebus trovare informazioni affidabili e aggiornate sulla agibilità de sentieri.

La mappa ufficiale dei Sentieri SAT: quelli inagibili sono in grigio col simbolo del divieto, cliccano sul sentiero si accede ad una scheda informativa

La SAT ha fatto un primo passo con la propria mappa online dei sentieri, mettendo un simbolo di divieto per quelli interrotti, disegnati in grigio; cliccando sul sentiero si può accedere ad una scheda informativa coi dettagli del sentiero e dei tratti non agibili. Resta però esclusa tutta la sentieristica non SAT, le strade forestali eccetera, ovvero tutta la viabilità secondaria non di sua pertinenza, che non è certo di poco conto.

scheda informativa sentieri trentino
La scheda informativa dei sentieri, coi dettagli dei tratti non agibili

I sentieri inagibili di tutto il Trentino sulla mappa di Outdoor Active e Visit Trentino.

I simboli dei sentieri interrotti sul portale Outdoor Active

Un ulteriore passo avanti è stato fatto grazie ai portali di Outdoor Active e Visittrentino. Sono mostrati in mappa tutti i sentieri danneggiati da Vaia (quindi non solo quelli SAT). Resta il problema di capire quanto i dati siano aggiornati: è capitato infatti che in una zona danneggiata sia avvenuto il ripristino ma sulla mappa è rimasto il divieto. Oltre al simbolo del divieto è possibile vedere l’area degli schianti definita con una colorazione rosa.

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Gli aeroporti della Grande Guerra in Trentino Alto Adige https://www.fotoagh.it/gli-aeroporti-durante-la-grande-guerra-in-trentino-alto-adige/?utm_source=rss&utm_medium=rss&utm_campaign=gli-aeroporti-durante-la-grande-guerra-in-trentino-alto-adige https://www.fotoagh.it/gli-aeroporti-durante-la-grande-guerra-in-trentino-alto-adige/#respond Thu, 30 Jan 2020 09:44:03 +0000 https://www.fotoagh.it/?p=39238 C’erano molte aviosuperfici durante la Grande Guerra nel territorio austroungarico, più vari campi di atterraggio di fortuna. Molti trentini conoscono solo gli aeroporti di Gardolo e del Ciré di Pergine, ma in realtà ce n’erano molti altri. Soprattutto in Valsugana, tra Caldonazzo e Levico, a Novaledo, Ospedaletto, Grigno, ma anche in Bleggio nel Lomaso, in […]

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C’erano molte aviosuperfici durante la Grande Guerra nel territorio austroungarico, più vari campi di atterraggio di fortuna. Molti trentini conoscono solo gli aeroporti di Gardolo e del Ciré di Pergine, ma in realtà ce n’erano molti altri. Soprattutto in Valsugana, tra Caldonazzo e Levico, a Novaledo, Ospedaletto, Grigno, ma anche in Bleggio nel Lomaso, in Primiero a Tonadico, in valle del Chiese a Lodrone e Storo, in Val di Sole a Croviana. In Alto Adige (o Sudtirol) c’erano aviosuperfici a Egna, Ora, Bolzano, Bressanone, e due in val Pusteria a Brunico e Dobbiaco.

Sono 18 in tutto: li ho raccolti in questa mappa che si può vedere anche in dimensioni più grandi.

Di seguito una serie di foto aeree di ricognitori italiani sugli aeroporti austriaci.

Per ulteriori dettagli rimando al bellissimo sito http://www.ilfrontedelcielo.it/, ricchissimo di informazioni.

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Tempesta Vaia, le immagini prima e dopo https://www.fotoagh.it/tempesta-vaia/?utm_source=rss&utm_medium=rss&utm_campaign=tempesta-vaia https://www.fotoagh.it/tempesta-vaia/#comments Sun, 26 Jan 2020 13:45:17 +0000 https://www.fotoagh.it/?p=39055 La tempesta Vaia si scatenò nella notte del 26 ottobre 2018 e nel giro di poche ore abbatté milioni di alberi nel nordest italiano. Violentissime raffiche di vento fino ad oltre 200 km/h sterminò interi boschi. Il Trentino fu tra le province più colpite. In alcune zone cambiò letteralmente il paesaggio: come sull’Altopiano di Piné, in Val […]

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La tempesta Vaia si scatenò nella notte del 26 ottobre 2018 e nel giro di poche ore abbatté milioni di alberi nel nordest italiano. Violentissime raffiche di vento fino ad oltre 200 km/h sterminò interi boschi. Il Trentino fu tra le province più colpite. In alcune zone cambiò letteralmente il paesaggio: come sull’Altopiano di Piné, in Val di Fiemme e in Val di Fassa.

Col bellissimo software Google Earth ho aggiunto le immagini satellitari e aeree di Bing, aggiornate al 2019: ho potuto quindi fare un confronto tra il prima e il dopo Vaia. Impressionante. Ecco alcuni esempi.

Abito sull’Altopiano di Piné: queste sono le immagini che ho scattato poco dopo il passaggio di Vaia in località “Bedolpian”, poco a nord di Baselga. La bella pineta è stata praticamente rasa al suolo.

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Le mappe storiche del Tirolo https://www.fotoagh.it/le-mappe-storiche-del-tirolo/?utm_source=rss&utm_medium=rss&utm_campaign=le-mappe-storiche-del-tirolo https://www.fotoagh.it/le-mappe-storiche-del-tirolo/#respond Mon, 20 Jan 2020 18:13:43 +0000 https://www.fotoagh.it/?p=38972 Sul bel portale https://hik.tirol.gv.at/ si possono visualizzare parecchie mappe storiche di epoche diverse, che vanno da metà ‘700 fino a metà ‘900. E’ interessante osservare come si è evoluta la rappresentazione e la conoscenza del territorio nel giro di 200 anni: la morfologia della valli inizialmente era molto vaga e grossolana, in montagna poi spariva […]

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Sul bel portale https://hik.tirol.gv.at/ si possono visualizzare parecchie mappe storiche di epoche diverse, che vanno da metà ‘700 fino a metà ‘900. E’ interessante osservare come si è evoluta la rappresentazione e la conoscenza del territorio nel giro di 200 anni: la morfologia della valli inizialmente era molto vaga e grossolana, in montagna poi spariva quasi ogni informazione, tipo “hic sunt leones” come pare fosse riportato nelle prime carte esplorative del continente africano. Oggi certe mappe fanno sorridere ma, per l’epoca, lo sforzo e i risultati erano davvero notevoli. La cartografia si è via via perfezionata fino alla mappe “pazzesche” di oggi ultradettagliate, che ciascuno di noi può avere sul proprio telefono cellulare. Il portale ha le mappe georeferenziate, così si può osservare agevolmente l’evoluzione della cartografia e quella del territorio di una determinata zona.

Il portale con le mappe storiche

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Il sentiero fantasma di Cima d’Asta https://www.fotoagh.it/il-sentiero-fantasma-di-cima-dasta/?utm_source=rss&utm_medium=rss&utm_campaign=il-sentiero-fantasma-di-cima-dasta https://www.fotoagh.it/il-sentiero-fantasma-di-cima-dasta/#respond Sat, 18 Jan 2020 15:03:05 +0000 https://www.fotoagh.it/?p=38940 Per anni gli escursionisti si sono dannati a cercare il vecchio sentiero militare della Grande Guerra che dalla Val Regana sale verso Cima d’Asta m 2847. Hanno risalito affannosamente pietraie impervie, si sono incrodati bestemmiando per valloni selvaggi cercando il maledetto sentiero. Invano. Eppure è riportato sulle vecchie mappe IGM (Istituto Geografico Militare) e anche […]

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Per anni gli escursionisti si sono dannati a cercare il vecchio sentiero militare della Grande Guerra che dalla Val Regana sale verso Cima d’Asta m 2847. Hanno risalito affannosamente pietraie impervie, si sono incrodati bestemmiando per valloni selvaggi cercando il maledetto sentiero. Invano. Eppure è riportato sulle vecchie mappe IGM (Istituto Geografico Militare) e anche su molte moderne carte commerciali.

La micidiale salita con 90 tornanti per l’impervio Boal dele Laste

Del sentiero però non s’è mai trovata traccia. Niente alla lettera. Nonostante sia disegnato con precisione sulle carte con ben 90 tornanti che risalgono l’impervio vallone del “Boal delle Laste”.

Il sentiero fantasma evidenziato sulla mappa IGM
Lo storico Luca Girotto

Il mistero

Possibile che un sentiero del genere, si sono chiesti molti di coloro che l’hanno cercato ostinatamente, potesse scomparire totalmente? Questo rompicapo fu risolto solo nel 1998, dall’appassionato di storia Luca Girotto che scoprì dei documenti che spiegavano il mistero.

L’impervio Boal dele Laste dove avrebbe dovuto esserci il sentiero militare: al centro Cima Diavoli m 2806, a destra la forcella del Col del Vento

Il sentiero, scoprì Girotto, fu effettivamente progettato dall’Esercito italiano nel settembre 1917. Furono predisposti gli uomini addetti alla costruzione e tutto il materiale occorrente. Fu quindi tracciato dai cartografi sulle carte militari dell’epoca. A fine ottobre del 1917 però accadde la disfatta di Caporetto e i soldati su Cima d’Asta dovettero battere in ritirata abbandonando precipitosamente le posizioni. Così il sentiero militare rimase solo sulla carta. Nessuno si preoccupò di rimuoverlo dalle mappe.

Il lungo sentiero fantasma per il Boal delle Laste

Il sentiero rimase sulle mappe IGM ufficiali per anni. In seguito molte carte commerciali copiarono il sentiero immaginario, ignare del fatto che quel sentiero non solo non esisteva letteralmente, ma non era neppure mai esistito. Sembra incredibile ma il Sentiero Fantasma a Cima d’Asta campeggia ancor oggi, orgogliosamente e dopo oltre 100 anni, nelle mappe Kompass online, e in chissà quante altre carte derivate dalle vecchie IGM 🙂

Il sentiero fantasma sulle odierne Kompass online

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La mappa storica del Trentino nel 1850 https://www.fotoagh.it/la-mappa-storica-del-trentino-nel-1850/?utm_source=rss&utm_medium=rss&utm_campaign=la-mappa-storica-del-trentino-nel-1850 https://www.fotoagh.it/la-mappa-storica-del-trentino-nel-1850/#comments Fri, 17 Jan 2020 10:52:28 +0000 https://www.fotoagh.it/?p=38895 La Provincia Autonoma di Trento ha reso disponibile online la cartografia del 1850, quando il Trentino era territorio austriaco. E’ davvero sorprendente, considerati i mezzi dell’epoca, la grande accuratezza della mappa: strade, mulattiere, sentieri, torrenti, laghi, fiumi, edifici, particelle catastali… c’è tutto. Anzi di più: negli edifici è possibile ad esempio distinguere la facciata principale, […]

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La Provincia Autonoma di Trento ha reso disponibile online la cartografia del 1850, quando il Trentino era territorio austriaco. E’ davvero sorprendente, considerati i mezzi dell’epoca, la grande accuratezza della mappa: strade, mulattiere, sentieri, torrenti, laghi, fiumi, edifici, particelle catastali… c’è tutto. Anzi di più: negli edifici è possibile ad esempio distinguere la facciata principale, tramite un segno più marcato, oppure il tipo di coltivazione dei campi (frutteti o seminativi) grazie alla differente colorazione. Sono segnati perfino gli orti!

Il portale HistoricalKat con le mappe austroungariche

L’aspetto più interessante è ovviamente fare il confronto ieri/oggi, utilizzando le mappe in trasparenza, per vedere come si è modificato il territorio, le città ed i paesi negli ultimi 170 anni. La mappa è particolarmente utile per rintracciare la vecchia viabilità secondaria delle mulattiere e dei sentieri dell’epoca, in parte sopravvissuta fino ai tempi odierni. Mi è stata assolutamente preziosa per le mie esplorazioni in Val di Cembra.

La mappa sul cellulare

La bella novità è che l’antica mappa può essere inserita anche sul cellulare grazie ad una app cartografica come MyTrails. Vediamo come fare…

  • Scarica e installa l’app Maytrails
  • Clicca sull’icona della mappa
  • clicca sul simbolo della “chiave inglese” in alto a dx
  • clicca su “aggiungi” mappa in fondo a sx

Si apre una schermata come di seguito (fig 1), in cui inserire:

  • il nome della mappa, es. “mappa austroungarica”
  • in URL MAPPA inserire il codice: http://historicalkat.provincia.tn.it/geoserver/gwc/service/wms
  • nel campo STATO attendere la scritta OK (possono essere necessari alcuni minuti)
  • quando è apparso “OK”, nel campo PARAMETRI clicca il tasto SELEZIONA
  • apparirà una seconda schermata (fig. 2): selezionare le due voci del CATASTO e cliccare su OK
  • verificare quindi il campo FORMATO, deve essere image/png
  • verificare il campo VERSIONE, deve essere 1.3.0
  • tornare indietro fino alla schermata principale e selezionare la mappa appena creata dall’elenco: se avete seguito la procedura corretta, dovrebbe apparire la mappa storica

Questa (noiosa) procedura va fatta una sola volta. MyTrails permette anche di scaricare parti della mappa per visualizzarle senza la connessione dati.

Il portale con la cartografia storica del Trentino nel 1850

La zona di Piscine in Val di Cembra, coi campi coltivati e le particelle catastali

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